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Blog 06 Febbraio 2018

Il nome del Friularo

Conosciuto già dai Romani, una storia intricata che parla di monaci, Serenissima di Venezia e di un insospettabile protagonista: il freddo...o meglio "Frigus"!


 
La coltivazione della Vite nella zona di Bagnoli ha origini romane. Il primo documento ufficiale che fa parte di questa storia risale al 954 d.C. Si tratta di un atto di donazione del duca longobardo Almerigo al Vescovado di Padova. Lasciava in eredità alle sapienti mani dei monaci tutto il suo "Dominio". Da quel tempo fino ad oggi, in quelle terre si produce vino. Dal 1500, i conti Widmann, che acquisirono le proprietà del Papato, resero famoso nella Serenissima e all'estero il "vin Friularo". Ma come è nato questo nome?

Facciamo qualche passo indietro...

Il poeta Ruzzante, che all'epoca aveva territori vitati in quella zona, scriveva di un certo "vin rabbioso". Aspettate, questo nome non assomiglia a quello di qualche altro famoso autoctono veneto? Ma certo, parla proprio del Raboso (nella varietà Piave). Era un vino crudo, duro, spigoloso a causa del suo carattere tannico. E i contadini, per cercare di gestirlo, pensarono così di far maturare più a lungo l'uva, per sfruttare l'alta escursione termica di quel periodo per avere più acidità, più residuo zuccherino e più struttura. Prima di San Martino, l'11 novembre, quell'uva non andava toccata. Raccoglievano con le prime brine dell'anno, i primi freddi. In latino si diceva "frigus", in dialetto padovano, aggiungendo il suffisso -aro, che significa "colui che fa", si iniziò ad usare la parola "Frigoearo".Oggi si fa più attenzione alle evoluzioni climatiche di ogni annata piuttosto che ai santi sul calendario, ma la prassi è rimasta quella. Il vino invece, è cresciuto incredibilmente, ma questa storia la raccontiamo un'altra volta...

Andrea Muneratti

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Blog 03 Febbraio 2018

CINQUE MITI SUL VINO CHE UN ESPERTO DOVREBBE SAPER RICONOSCERE

Dopo aver letto questo articolo, quando i vostri amici vi domanderanno "Ma è vero che...", saprete cosa rispondergli. Vi prego, per il bene del Vino, fatelo.

1°: I rossi vanno bevuti a temperatura ambiente e i bianchi freddi?

Provate voi, in una calda giornata d'agosto, nella magica e soleggiata Venezia, a chiedere di degustare un Amarone a temperatura ambiente. A parte che dovreste lasciar giù anche la pelle di cui è fatto il portafoglio e la borsetta di vostra moglie, ma soprattutto dovreste decidere se siete più infastiditi per la calca formata dai turisti (di cui in realtà facciamo parte quasi tutti) o per il vin brulé che vi hanno appena servito.

Oppure fatevi portare un Gewurztraminer ghiacciato per rinfrescarvi la giornata. In entrambi i casi, voi e chi ve lo porta, state compiendo un eno-cidio.Eh sì perché certi bianchi, sotto i 10/12 gradi, vedono praticamente anestetizzata tutta la loro potenza aromatica e i loro gusti e profumi di frutta calda e matura! Così come un rosso, anche dei più strutturati e alcolici, servito sopra i 20/22 gradi vi sembrerà un té caldo. Insopportabile.E mentre per un bianco troppo freddo in realtà basta aspettare qualche minuto, per un rosso troppo caldo invece è più complesso rimediare; non sempre basta il cestello del ghiaccio (che comunque rimane sempre una buona soluzione d'emergenza). Ah mi raccomando: metà acqua, metà ghiaccio e una manciata di sale: così il raffreddamento è più rapido.Questo principio della temperatura ambiente in realtà è un fraintendimento. Si riferisce alle temperature delle cantine, che non superano mai i 16-18 gradi. Altri invece parlano di una tradizione molto britannica legata a qualche decennio fa, quando i locali erano ben più freddi di oggi.Una soluzione pratica per i bianchi può essere tenere il vino in frigo, e tirarlo fuori una ventina di minuti prima di berlo. Mentre per i rossi, l'ideale è farli uscire dalla cantina all'ultimo, solo al momento dell'apertura.

2°: I vini rossi, specialmente se molto invecchiati, devono sempre essere decantati?

Niente di più falso. Quello starno arnese a forma di pappagallo in versione elegante che è il decanter in realtà il più delle volte non è necessario.
Quando viene ritrovato un antico manoscritto, o una delicata opera d'arte, il primo e più temuto nemico da cui si cerca di proteggerla è proprio l'aria! Eh sì, perchè quel luogo o quell'oggetto si sono conservati illesi per secoli proprio grazie al microclima stabile che si trovava nell'aria che li circondava. Tu prova ad "aprire le finestre per far entrare aria pulita" e vedi come quel reperto va perso per sempre in pochi istanti.
Così accade con un vino che ha riposato immobile per anni o addirittura decenni, è fragile!
Se viene versato all'interno di un decanter, che ha la funzione di ossigenare il vino, lo shock è terribile! Se siete fortunati si perdono i profumi più nobili e fini, altrimenti rischiate di ossidarlo e renderlo imbevibile in pochi minuti.
L'utilizzo più sensato che se ne può fare può essere sorprendente: l'ossigenazione, se opportunamente dosata, fa parte dell'affinamento di un vino. Il legno funziona proprio così: in base alla porosità, il vino è raggiunto da più o meno ossigeno. E questo processo viene fatto con vini appena (o quasi) nati.
Allo stesso modo il decanter va utilizzato per vini strutturati, ma ancora troppo giovani, cosicchè al momento della degustazione si ottiene un vino più pronto ed equilibrato.
E quindi cosa ci faccio con il mio Brunello dell'84? Beh, intanto beato te che ce l'hai. E poi spero che tu l'abbia conservato bene. Infine, il suggerimento giusto ce lo da proprio il Signor Biondi Santi, padre dell'omonimo vino: "Nei ristoranti il mio Brunello va servito solo su prenotazione. E' una cosa che va scritta sulla carta dei vini. Il cliente si incuriosisce e la volta successiva prenota e si fa aprire otto ore prima la bottiglia: se la si apre al momento è uno spreco." 
Il trucco quindi, è aprire qualche ora prima il vino, e lasciarlo respirare.

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3°: I vini al ristorante costano troppo?

Questa è vera, ma non sempre. Il comune pensiero che i vini costino troppo lo dobbiamo senz'altro ai ricarichi applicati dai ristoranti
e, ahimè, da alcune enoteche. Cerco di illustrarvi il simpatico meccanismo che i ristoratori utilizzano per stilare i prezzi della loro carta dei vini.
Al ristorante, fanno pagare la cerimonia d'apertura e il faticosissimo atto della stappatura della bottiglia. In aggiunta a questo impegnativo servizio, ci buttano dentro i rischi di gestione di una cantina e il gioco è fatto.
Ma la cosa più interessante è questa: meno un vino costa, più lo possono aumentare di prezzo. E così vi troverete a ordinare bottiglie da meno di cinque euro aumentate del 150%-200%, vini tra i dieci e venti euro con un ricarico del 100%-120%, mentre i vini sopra i cinquanta euro saranno stati aumentati "soltanto" del 50%-80%. In questo modo ci guadagnano sempre e incentivano i dubbiosi a sfruttare il prezzo vantaggioso di una bottiglia di valore.
Quindi perchè all'inizio ho aggiunto "ma non sempre"?
Perchè si spera che là fuori esista qualche onesto ristoratore che vada alla ricerca di quei vini speciali,
che per qualche eccezionale deviazione dalle consuetudini dell'economia e del marketing, hanno un prezzo nettamente inferiore al loro valore.
Sorprese che vi auguro di scoprire nella vostra avventura di appassionati di vino.

4°: Nella botte piccola c'è il vino buono?

Questo è uno dei proverbi più utilizzati da noi italiani, ma ne conoscete l'origine?
Quando venne scoperto che l'uso del legno nell'affinamento produceva degli effetti sorprendenti sui vini, molti produttori iniziarono ad abusarne, e a metterci qualsiasi tipo di vino, lasciandolo per anni. Le botti più utilizzate erano le famose barrique di rovere francese, che a causa della maggior quantità di vino a contatto con il legno rispetto a botti più grandi, producono un affinamento più rapido e aggressivo (qui entrano in gioco anche fattori come la dimensione della grana del legno, il grado di tostatura e di utilizzo della botte).
Il risulato erano vini che sapevano di legno. Si è capito allora che soltanto vini di grande qualità potevano permettersi di sostare a lungo dentro piccole botti, riuscendo a conservare le proprie unicità e senza uscirne snaturati.
Ma secondo voi abbiamo smesso di abusarne? No...
O meglio, da un po' di anni si è tornati ad un uso consapevole e moderato della barrique. Per esempio ne vengono usate di anzianità differenti, con tostature più delicate, e molto spesso buona parte del vino viene messo in altre botti più grandi, per poi essere riassemblato in grandi vasche d'acciao prima di finire in bottiglia. Ma per molto tempo ha regnato sovrana la moda dei vini vanigliati, insieme a quelli superconcentrati, e questo lo dobbiamo a qualche guida americana colpevole in molti casi di aver omogeneizzato il gusto, remando contro l'affermazione della diversità.

5°: Tutti i vini migliorano con l'età?

Guardate che solo Sean Connery e Bruce Springsteen sono più fighi da vecchi, mica tutti quanti.
Il punto è semplice, come gli esseri umani, anche i vini sono tutti diversi tra loro e ognuno di essi ha la propria storia. Per invecchiare serve longevità, e in un vino questa è data principalmente dall'acidità, in seconda battuta dai tannini, e infine da una certa struttura. Non tutti i vini possiedono queste doti, ma molto probabilmente ne hanno altre.
Pensate soprattutto alle note floreali e fruttate molto fresche: con il tempo andrebbero perse lasciando il posto a sentori da invecchiamento, e quindi vini "di pronta beva", progettati cioè per essere bevuti entro un anno, sarebbero da buttare.
Basta adottare questa semplice regola: un vino va bevuto nel suo momento migliore. E i vini hanno cinque fasi, come del resto gli uomini: immaturi, giovani, pronti, maturi e infine vecchi. I due momenti estremi sono errori di tempismo.
Bottiglie aperte con troppa fretta e altre troppo rimandate, alla ricerca della miglior occasione.
Ma guardare all'età come unica discriminante è un discorso limitato. Lo stato evolutivo poi, è un fattore oggettivo, non dipende dall'età.
Lo stesso vino, se fosse possibile berlo in due stadi diversi, semplicemente comunicherebbe a chi lo beve sensazioni diverse.
Come quell'eterno cantautore del New Jersey, di cui si possono ascoltare tratti diversi di una lunga evoluzione, senza che quelli più recenti eliminino quelli storici.
Più esplosivo e coinvolgente da giovane, più articolato e raffinato adesso. Ma sempre evocativo di emozioni quasi primordiali,
di quelle che vivono solo nei brividi sudati dei suoi concerti d'estate, lungo le schiene di gente da ogni dove.
Ecco, nella vita vi auguro di trovare un vino "Bruce Springsteen".

Andrea Muneratti

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Blog 03 Febbraio 2018

COSÌ NASCE IL FRIULARO

La vite ha origini molto lontane, e il vino, per arrivare fino a noi ha navigato anche per difficili mari a bordo delle navi della Serenissima. Prendeva parte a lunghe spedizioni grazie alla sua acidità, che gli consentiva una buona conservazione. I Monaci Benedettini ne hanno coltivato a lungo le terre, e senza saperlo hanno permesso che non si perdesse la tradizione di un vitigno tanto difficile quanto storico e amato in quelle zone del padovano, dando anche a noi la possibilità di berlo ancora oggi. Tutta questa storia la potete ritrovare in una bottiglia di Friularo Ambasciatore.

 

E' un vino tosto da trasformare. Bevuto giovane sarebbe troppo tannico e acido, un vino "acerbo". Ha bisogno di tempo, e la Conselve Vigneti e Cantine, tra i produttori di questo vino è quella che gliene lascia di più. Sono andati oltre i paletti del pur stretto disciplinare, in tutti i processi di vinificazione e affinamento, producendo il Friularo Docg con lungimirante pazienza.

L'uva viene fatta crescere tenendo una resa piuttosto bassa, per spingere la vite a dare il massimo per pochi grappoli. Vengono accuratamente defogliate le viti per dare la giusta esposizione al sole all'uva. La vendemmia, rigorosamente a mano per lasciare intatti i grappoli, un tempo fatta in prossimità dell'estate di San Martino, l'11 di novembre, oggi è anticipata a metà ottobre. Dopo la vendemmia appena tardiva e la conseguente sovramaturazione, l'uva è lasciata appassire in grandi fruttai, lontano da muffe e umidità. Questo processo serve ad aumentare il residuo zuccherino, per ottenere maggior alcolicità e gusti più caldi.
L'uva però è talmente piena di qualità che trasmetterà comunque al vino una certa freschezza (acidità) e aromi eleganti di fiori e di frutta rossa e nera, come la marasca (un tipo di ciliegia) e la violetta.
Dopo la macerazione sulle bucce, l'affinamento del vino viene attentamente fatto riposare tra acciaio e legno. L'affinamento non è mai inferiore a 36 mesi, suddivisi tra barrique non di primo passaggio e le più grandi tonneau. Qui il vino si ammorbidisce, si riequilibra e acquisisce sentori leggeri di vaniglia, frutta appassita e spezie.  Prima di essere messo in commercio infine, il vino viene lasciato un anno in bottiglia, perchè si riassesti e guadagni equilibrio. Così, uve del 2011 arrivano sulle vostre tavole solo nel 2017.

Il gusto riconferma ciò che il naso ha anticipato, ed è austero, giustamente tannico ma molto gradevole al palato. Pieno, robusto, di perentoria struttura, con persistenza ed equilibrio che vi sapranno stupire.

 

Per citare Charles Baudelaire: Quanto tempo ha dovuto aspettare il Friularo "prima di poter scendere soave nella gola di un uomo..."

 

E voi vorreste farlo aspettare ancora?

 

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